Una tiroidite è una infiammazione della tiroide, un organo particolarmente importante nel nostro organismo perché produce ormoni che aiutano le altre cellule a crescere e differenziarsi. La tiroidite di Hashimoto è il tipo di tiroidite più comune ed è la causa più frequente di ipotiroidismo. Per motivi che ancora sono in fase di studio, l’organismo attacca sé stesso, generando quindi una reazione autoimmune.
Perché il sistema immunitario attacca l’organismo?
Il sistema immunitario è un organo preposto alla difesa del nostro organismo da tutto ciò che può essere per lui dannoso. Un sistema immunitario ben funzionante è in grado di riconoscere come estranee proteine che si trovano sulla superficie di cellule tumorali, batteri, virus o parassiti, entità che se non controllate sarebbero in grado di distruggerci.
Nel caso delle malattie autoimmuni il sistema immunitario, non funzionando correttamente, va a produrre cellule che attaccano l’organismo stesso, nel caso della Tiroidite di Hashimoto il tessuto tiroideo, non riconoscendo quell’organo come “self” o proprio dell’organismo: alcune proteine proprie della tiroide come la Tireoglobulina (TG) e la Tireoperossidasi (TPO) vengono attaccate da anticorpi specifici che si possono dosare nel sangue.
Gli ormoni tiroidei sono fondamentali per la nostra salute e il nostro benessere e se la tiroide viene danneggiata dagli autoanticorpi non riesce a mantenere i corretti livelli ormonali per le necessità quotidiane. Contemporaneamente, siccome l’organismo ha bisogno di più ormoni prodotti dalla tiroide, l’organo cerca di crescere di volume per bilanciare le cellule perse dall’attacco autoimmune. Questo è uno dei motivi per cui troviamo spesso un ingrossamento della tiroide assieme a sintomi vari tra cui soprattutto facile affaticabilità, stanchezza, apatia e aumento di peso.
Tiroidite di Hashimoto nel mondo
La Tiroidite di Hashimoto, così chiamata dal nome del suo scopritore Hakaru Hashimoto (1881-1934), è il tipo di tiroidite più comune e attualmente la prima causa di ipotiroidismo acquisito: si stima che la sua incidenza annuale sia di 0,3-1,5 casi ogni mille persone, senza predilezione di razza. Si tratta comunque di una patologia relativamente rara: in media, le donne vengono colpite con un’incidenza di 3,5 casi ogni 1000 persone ogni anno, mentre negli uomini l’incidenza è più bassa: si parla di 0,8 casi ogni 1000 persone l’anno.
Questo particolare tipo di tiroidite si manifesta con l’ingrossamento asintomatico della tiroide oppure con una sensazione di pienezza del collo. La ghiandola è infatti percepibile costantemente, al tatto ha una consistenza gommosa e spesso un aspetto nodulare all’ecografia.
Il decorso della malattia è molto simile a quello delle altre tiroiditi. Nelle prime fasi si può manifestare con sintomi di ipotiroidismo (situazione più frequente), non dare sintomi clinicamente rilevanti oppure, a causa del danno subito dalla tiroide da parte degli autoanticorpi, non è infrequente che si liberino in circolo alte quantità di ormoni tiroidei che provocano sintomi di ipertiroidismo (stanchezza, tremori, nervosismo, palpitazioni…) che poi vanno riducendosi progressivamente nell’arco di un breve periodo.
I sintomi possono essere molteplici e alcuni di questi sono aspecifici e spesso non vengono ricondotti alla reale causa. Con il passare del tempo, se la malattia non viene riconosciuta e trattata, la tiroide comincia a crescere di volume per cercare di compensare, ahimé senza successo, la carenza di ormoni fino a formare un gozzo anche evidente.
I sintomi più frequenti sono i seguenti:
- Stanchezza e debolezza cronica
- Intolleranza al freddo
- Aumento di peso
- Bassa temperatura corporea
- Stitichezza
- Pelle pallida e secca
- Ridotta sudorazione
- Capelli fragili e sottili
- Ridotto appetito
- Movimenti lenti del corpo
- Depressione o umore malinconico
- Difficoltà di concentrazione
- Sonnolenza o letargia
- Gonfiore e pallore delle mucose
- Riduzione del desiderio sessuale
- Gonfiore alle caviglie
- Ipotensione (ridotta Pressione sanguigna)
- Debolezza muscolare e crampi
- Dolori articolari
- Bradicardia
Molto spesso i sintomi vengono trascurati proprio perché non molto specifici (tranne nei casi estremamente avanzati di ipotiroidismo) e anche perché spesso non si manifestano tutti assieme ma soltanto alcuni possono essere presenti. Se si sospetta un ipotiroidismo possono esserci d’aiuto, per diagnosticare la Tiroidite di Hashimoto, alcuni esami del sangue e nello specifico il dosaggio degli autoanticorpi (Anti -TG e Anti -TPO) che, se presenti, ci dimostrano la natura autoimmunitaria della patologia. Il dosaggio degli ormoni tiroidei (fondamentalmente T3 e T4) e dell’ormone tireostimolante (TSH) possono invece talvolta essere nella norma.
A completamento della diagnosi si esegue spesso un’ecografia tiroidea per valutare i cambiamenti nella forma e nel volume della tiroide. L’esame ecografico della tiroide può inoltre evidenziare la presenza di pseudo-noduli tipici della Tiroidite di Hashimoto. Non è raro l’utilizzo dell’esame TAC come aiuto per valutare la sede e l’estensione del gozzo.
Patogenesi della Tiroidite di Hashimoto
Le cause
Le cause della tiroidite autoimmune sono le stesse di qualsiasi altra malattia autoimmunitaria e, allo stato attuale delle conoscenze, queste sono quelle che sono state individuate:
Carenza e Resistenza alla Vitamina D
La vitamina D, o più correttamente Colecalciferolo, non è in realtà una vitamina come il nome lascerebbe intendere bensì un ormone dalle molteplici e fondamentali funzioni. Si tratta infatti del principale ormone immunoregolatore che si conosca. Nella Tiroidite di Hashimoto, così come in tutte le malattie di origine autoimmunitaria, si associano ridotti livelli di Vitamina D circolanti a una più o meno parziale resistenza all’attività di questo importantissimo ormone.
Questa resistenza alla vitamina D può essere ereditata geneticamente (e spiegare il perché spesso nella stessa famiglia più persone soffrano di malattie autoimmunitarie) oppure insorgere spontaneamente come modificazione epigenetica* durante il corso della vita. Questo fa sì che la Vitamina D non riesca ad entrare nelle cellule dove è chiamata a espletare il suo prezioso lavoro tra cui le cellule del sistema immunitario: in questo modo queste cellule non riescono a lavorare correttamente e ad un certo punto “impazziscono” non riuscendo più a riconoscere come propri dell’organismo alcuni tessuti, nel nostro caso le cellule tiroidee. La perdita del controllo avviene in genere quando il sistema immunitario è sottoposto a un surplus di lavoro: a seguito di malattie, sforzi fisici importanti, periodo post partum, stress di qualsiasi genere…come vedremo tra poco.
Sindrome da aumentata permeabilità intestinale (leaky gut syndrome)
Studi recenti sul microbiota intestinale ci indicano che l’aumentata permeabilità intestinale potrebbe essere un importante fattore scatenante la malattia autoimmune: a livello intestinale è infatti presente una fitta e importantissima barriera immunitaria con cellule deputate a riconoscere le sostanze che possono essere interiorizzate dal nostro corpo da quelle che devono essere scartate o addirittura attaccate perché dannose. Si ritiene che a causa di un’aumentata permeabilità intestinale si abbia il passaggio attraverso questa barriera di agenti patogeni e antigeni che oltre a favorire sensibilizzazioni alimentari causino un’infiammazione e un’attivazione immunitaria dapprima a livello della mucosa intestinale e che successivamente si estende all’intero organismo causando un’infiammazione generalizzata. Gli anticorpi che si vanno a formare in questa condizione di aumentata permeabilità possono andare a reagire in modo crociato con i tessuti dell’organismo ospite e mirare alla distruzione delle cellule che diventano erroneamente il loro bersaglio.
Stress
Qualsiasi fattore stressante può andare a stimolare il sistema immunitario: infatti l’uomo è progettato in questo modo e la reazione immunitaria allo stress fa parte del nostro meccanismo di difesa. Da quando l’uomo si trova sul pianeta Terra la risposta allo stress è la medesima per qualsiasi tipo di stress: da un lato si attiva l’infiammazione e dall’altra il sistema immunitario. Questo si spiega facilmente se pensiamo ai nostri antenati: immaginiamo un uomo che viveva nelle caverne e che doveva uscire per procurare il cibo a sé stesso e alla sua famiglia. Egli rischiava la vita ogni volta che andava a caccia sia perché poteva essere ferito a morte da bestie feroci sia perché poteva riportare piccole ferite che poi, infettandosi, potevano ucciderlo in un secondo momento. Comprensibilmente i suoi sensi erano all’erta, l’adrenalina scorreva copiosa nelle sue vene e il cuore batteva all’impazzata. Inoltre il suo sistema immunitario si attivava poiché in caso si fosse ferito, era l’unico che poteva sperare di farlo guarire in un’epoca in cui gli antibiotici ancora non esistevano. L’adrenalina e altri neurotrasmettitori e citochine che si liberano in fase di stress hanno un’azione assolutamente benefica inizialmente perché ci danno la possibilità di avere i sensi all’erta, di correre veloci come il vento se dobbiamo scappare, ma hanno anche un’azione infiammatoria sui nostri tessuti. La risposta allo stress si è conservata uguale nei millenni e a qualsiasi stress noi siamo sottoposti: che si tratti di un’aggressione da parte di un feroce predatore o un esame all’università si realizza sempre allo stesso modo ossia con sviluppo di infiammazione e attivazione del sistema immunitario.
Se però il sistema immunitario non riesce a funzionare correttamente a causa della carenza/resistenza alla vitamina D sia in caso di alterata permeabilità intestinale che in caso di stress (acuto o di lunga durata), si può attivare nel modo sbagliato e andare a produrre autoanticorpi. Ed ecco la nostra malattia autoimmune.
Sicuramente anche gli ormoni estrogeni hanno un ruolo nella patologia autoimmune dal momento che il sesso femminile è più colpito.
La terapia tradizionale
Il più comune trattamento che viene proposto dai medici e dall’endocrinologia ufficiale prevede l’utilizzo di Levotiroxina (T4) che si comincia a somministrare solo quando i dosaggi degli ormoni T4 e T3 si abbassano. Generalmente non viene trattata invece quella condizione chiamata “ipotiroidismo subclinico” in cui si ha un’alterazione del TSH con valori ormonali nella norma.
Questa tendenza non è però condivisa da tutti i medici che si occupano di patologie della tiroide. In primo luogo come ho già accennato in precedenza, molto spesso l’ipotiroidismo si manifesta prima di tutto clinicamente e poi con la riduzione del valore degli ormoni tiroidei. Avere un TSH alto è sintomo del fatto che l’ipofisi avverte una carenza dell’effetto dell’ormone e ne richiede di più: perché non ascoltarla?
Inoltre è stato dimostrato già agli inizi del secolo scorso dal famoso endocrinologo Broda O. Barnes (1906-1988) che correggendo da subito l’ipotiroidismo si può ridurre drasticamente l’incidenza di infarto e di cancro, correlati negativamente con l’ipotiroidismo non trattato. Iniziando precocemente la terapia si previene la formazione del gozzo tiroideo con le sue problematiche di compressione degli organi adiacenti (trachea, corde vocali…) o anche la semplice ipertrofia della ghiandola e si pone fine a quei sintomi subdoli (stanchezza, freddo, apatia, debolezza, dolori diffusi…) che peggiorano la qualità di vita della persona che ne soffre.
La terapia che molti endocrinologi illuminati (uno tra tutti il Dott. J. Hertoghe, endocrinologo di quarta generazione, ma anche molti altri nel mondo e anche qui in Italia) consigliano e io con loro, consiste innanzitutto in una modifica dello stile di vita, con eliminazione di abitudini alimentari e non alimentari scorrette (alimentazione infiammatoria, fumo di sigaretta…), e, quando si ritiene necessaria, la terapia ormonale a base di Tiroide secca o, almeno, dell’associazione tra la Levotiroxina (T4) e la Triiodotironina (T3). Esistono anche prodotti omeopatici che in alcuni casi possono risultare molto utili nello stimolare in modo gentile la tiroide.
Questa terapia è fondamentale per limitare i danni e far sì che l’organismo possa continuare a vivere, nonostante la patologia sottostante, nella maniera migliore possibile.
Ma non dimentichiamoci che la Tiroidite di Hashimoto è una malattia autoimmunitaria e che senza tenere sotto controllo il sistema immunitario si andrebbe comunque progressivamente incontro alla totale distruzione della ghiandola! Non solo, un sistema immunitario “impazzito” non ci esime dal rischio di sviluppare una seconda o anche una terza malattia autoimmunitaria, oltre a quella tiroidea.
Il protocollo Coimbra
L’evoluzione della scienza e della medicina ha permesso la scoperta di protocolli innovativi basati su evidenze scientifiche per il trattamento di molte malattie. Un esempio è il Protocollo Coimbra.
Il Protocollo Coimbra (PC) è stato sviluppato dal Dott. Cicero Galli Coimbra e dal 2002 ha mostrato risultati sorprendenti per quanto riguarda la remissione di tutte le malattie autoimmuni per le quali è stato applicato. Il PC prevede la somministrazione di mega dosi di Vitamina D (molto più alte di quelle tradizionalmente raccomandate a scopo preventivo) con lo scopo di andare a colmare la carenza di vitamina D presente e di vincere la resistenza a questo ormone di cui l’organismo soffre.
L’efficacia del Protocollo Coimbra
La vitamina D, essendo un ormone immunoregolatore, regola l’attività del nostro sistema immunitario ed è risultata efficace nel trattamento di qualsiasi malattia autoimmune.
La relazione tra tiroidite di Hashimoto e vitamina D è stata, infatti, dimostrata in diversi studi. L’analisi dell’effetto della terapia con vitamina D sul decorso della malattia ha permesso di determinare i cambiamenti nello stato degli autoanticorpi tiroidei e il rischio cardiovascolare dopo la terapia con vitamina D. È stato osservato come gli autoanticorpi Anti-TG e Anti TPO si riducano significativamente col PC.
Conclusioni
La tiroidite, anche nella variante di Hashimoto, è una patologia subdola, potenzialmente pericolosa, debilitante, da non prendere sotto gamba. In quanto malattia autoimmune è necessario conoscerla e riuscire ad agire in tempo per migliorare il più possibile la propria qualità di vita. Spesso, infatti, la terapia farmacologica convenzionale viene iniziata troppo tardi nel decorso della malattia e può solo tamponare i sintomi per cercare di dare dignità al paziente.
Il Protocollo Coimbra risulta essere un metodo di trattamento alternativo per le malattie autoimmuni con comprovata efficacia, anche e soprattutto nella tiroidite di Hashimoto.
Se hai qualunque dubbio, se ritieni di sentire sul tuo corpo i sintomi di questa malattia, oppure se grazie alle analisi del sangue hai scoperto che c’è qualcosa che non va alla tiroide, il Protocollo Coimbra è un valido e innovativo trattamento basato sulle più moderne scoperte scientifiche nel campo che dovresti prendere in considerazione.
Nel mio lavoro mi assicuro di applicarlo facendo in modo che tu possa conoscere bene cosa stai affrontando e quali sono i rischi legati alla terapia, accompagnandoti lungo tutto il percorso verso un miglioramento della qualità della tua vita.
C’è sempre una speranza, anche quando sembra non essercene più.



